La mia seconda mezza maratona - storia
A fine gennaio ho corso la mia seconda mezza maratona (21km) nella mia città, Faenza.
Ma partiamo dall'inizio.
Diciamocelo chiaramente: non ero per nulla allenato. Le circostanze dei due o tre mesi precedenti non hanno certo aiutato a costruire una condizione atletica dignitosa. Un trasloco estenuante, i classici malanni stagionali che non ti danno tregua e varie questioni familiari si sono messi in mezzo, rendendo la gestione degli allenamenti un vero puzzle impossibile da completare. In soldoni: a livello sportivo ho fatto poco o nulla.
Quindi eccomi qua, a un paio di giorni dalla gara, a fare elucubrazioni di varia natura sulla riuscita o meno dell'impresa. Hai letto bene: viste le premesse, si trattava di una vera e propria impresa, di quelle che si decidono più col cuore che con i muscoli.
Nonostante i dubbi, decido di non lasciarmi scoraggiare. Mi ripeto come un mantra: "Prendila come un allenamento lento, goditela e basta". Arrivo così al giorno prima. Vado con la mia famiglia a ritirare il pacco gara e il pettorale; è in quel momento, tra i tavoli delle iscrizioni e l'odore della plastica dei gadget, che entri davvero nel mood. Piano piano cominciano ad emergere emozioni contrastanti, un misto tra carica pura e quella sottile ansia che ti solletica lo stomaco.
Il meteo, per non farsi mancare nulla, non era dei migliori: pioggia fine e un freddo pungente che ti entra nelle ossa. Ma stranamente non mi importava.
Sale la voglia di correre.
Sale la curiosità di vedere se, anche questa volta, riuscirò ad arrivare in fondo. Nella mia testa non c'è l'idea di mollare. Della serie: arrivo in fondo anche sui gomiti, ma quel traguardo lo devo calpestare.
La domenica della gara arriva lasciandosi alle spalle una notte non proprio da ricordare. Le emozioni e i pensieri hanno tenuto banco, lasciandomi sveglio qualche ora di troppo a fissare il soffitto. Ma quando suona la sveglia, l'adrenalina prende il comando. Dopo l'incontro con alcuni amici e i soliti scambi di battute per stemperare la tensione, si parte. Inizia la gara.
Ho freddo, ma mi sento stranamente bene. Le gambe si muovono fluide, senza dolori, quasi a voler recuperare il tempo perduto nei mesi scorsi. Guardo l'orologio: il ritmo è alto. Forse sto andando un po' troppo forte per il mio (non) allenamento. Non importa. Mi sento vivo, e tanto mi basta.
Così, tra un pensiero intrusivo che cerca di distrarmi, la percezione crescente della fatica e il piacere quasi masochistico di respirare quell'aria fredda che sa di inverno romagnolo, arrivo al 10° chilometro. Qui qualcosa inizia a scricchiolare. La fluidità sparisce e comincio a sentire le gambe che diventano pesanti, come se si stessero riempiendo di piombo. "Meglio rallentare", mi dico. Ma non lo faccio.
Le gambe, a quel punto, decidono anarchicamente il ritmo. Io decido di seguirle, assecondando quella spinta irrazionale, anche se una parte di me sa perfettamente che prima o poi ne pagherò il conto. E infatti, il conto non tarda ad arrivare.
18° chilometro. Il Muro.
È quel momento in cui il corpo ti presenta la fattura dettagliata di ogni chilometro corso troppo forte. Sono quasi arrivato, ma le energie sono finite. Mi prendo qualche decina di metri di riposo in cui cammino, cercando di riprendere fiato e dignità. Ma ecco che all'improvviso arrivano i pacer. Mi superano con quel ritmo costante, quasi ipnotico, e le loro parole di incitamento mi scuotono. Mi caricano.
Mi rimetto a correre, provo a stare con loro. Per poco, però. Li perdo quasi subito, ma la scintilla si è riaccesa. "Ormai sei arrivato", mi dico. Continuo a correre anche se non ne ho più né la voglia, né la forza fisica. La Torre di Faenza è lì, vicina, la vedo svettare davanti a me come un faro. Ultime due curve.
Vedo il traguardo in fondo al corso. Mi faccio l'ultima violenza mentale. Le gambe urlano letteralmente. Voglio smettere, voglio sedermi a terra e non muovermi più. E intanto che penso a tutte queste cose, quasi senza accorgermene, passo sotto l'arco del traguardo. Ho finito.
Sono esausto, svuotato, ma felice in un modo difficile da spiegare a chi non corre.
Mentre riprendo fiato con la medaglia al collo, non posso non pensare al fatto che il 90% dei nostri limiti sono solo nella nostra testa. Il mio corpo avrebbe voluto mollare 11 chilometri fa. E invece eccomi qua, al traguardo di una mezza maratona corsa in meno di due ore, nonostante tutto.
Quindi, dopo aver ripreso colore in viso, ti faccio (e mi faccio) una domanda che va oltre la corsa: Dove puoi arrivare se decidi, semplicemente, di non fermarti?

Commenti
Posta un commento